
La famiglia, vista da Botero
Una delle cose più strane che facevano i nonni era di darmi i soldi di nascosto l’uno dall’altra*. Sia a me che a mia sorella Anna, oltre alle mance “stabilite” quelle di Natale o del compleanno, solevano infilarci in tasca qualche spicciolo, poca cosa, cinque o dieci mila lire:
“No sta a dirghelo al nono”
diceva la nonna, dopo aver rimestato nelle tasche del grembiule. Così potevamo comprare il gelato o un giornalino all’edicola del paese.
“To, to” diceva il nonno sottovoce, dopo essersi guardato intorno con aria circospetta
“Ma no dirghe niente alla nona”
Non ho mai capito il motivo di tanta segretezza, anche se poi, secondo me, di segreto c’era gran poco. A distanza di tempo, credo che il divertimento stesse soprattutto nel fare qualcosa di nascosto da zio Carlo e zia Daria.
Zia Daria è la sorella di mio padre e zio Carlo suo marito. Sono sempre stati “gli zii ricchi”, quelli che i ga i schei, ma forse sarebbe stato meglio soprannominarli “gli zii ingordi”, tanto passavano il tempo a fare i conti nelle tasche degli altri. Più di una volta ricordo di aver sentito zia Daria rimproverare i nonni di regalare mance più sostanziose a me e a mia sorella che ai loro figli.
Oggi sono tornati ad abitare al paese e vivono in quella che era stata la casa dei nonni e che adesso, senza più le imposte colorate e i gerani alle finestre, sembra una casa di fantasmi, pronta a crollare da un momento all’altro. Solo ogni tanto il vento dispettoso porta i loro strilli fin quasi alla piazza Centrale
“E’ colpa tua! Vecchia rimbambita!”
“Sei uno stupido, mi hai rovinato la vita”
“Vai! vai”
Dicevo, zia Daria e zio Carlo fino a qualche anno fa erano davvero ricchi. Abitavano in città e lo zio aveva raggiunto un qualche incarico di responsabilità in una multinazionale americana. Venivano al paese, dove i nonni avevano la casa, soltanto per le vacanze. Zia Daria camminava su e giù per la cucina, scuotendo il suo grosso culo e passava sempre l’indice sulla superficie del tavolo o della credenza e poi si rimirava il polpastrello con aria schifata. Lo zio invece, forse perché temeva che ci dimenticassimo del suo lavoro con gli americani, ogni due parole pronunciate era un continuo:
“Passami il bred”
“Vuoi un po’ ciiis”
Arrivavano in macchina, con i due figli seduti sul sedile posteriore: Marco, un adolescente lungo lungo, silenzioso e con gli occhi acquosi, che pareva sempre pensare ad altro e Lorella, una ragazzina urlante, di qualche anno maggiore di mia sorella, che si muoveva con modi scomposti, e non faceva altro che ripeterci le tabelline, i nomi dei pianeti, o l’ultima poesia imparata a scuola.
Quando entravano, salendo dalle scale che, da sotto il portico, portavano alla cucina, sia io che Anna, sapevamo già la domanda che ci avrebbe rivolto la zia:
“Cosa volete diventare da grandi?”
la risposta di Anna era sempre la solita
“la parrucchiera!”
la mia invece, cambiava ogni volta:
“la baby sitter!”
Dicevo, magari dopo che avevo passato il pomeriggio a giocare con il nipotino della Mariona, la vicina dei nonni.
Al che lo zio scoppiava a ridere
“Sono no coret! Quelle che vogliono fare la baby - sitter! No coret!”
E si girava a guardare con orgoglio i due figli che parevano persi a inseguire i loro sogni di gloria.
Di Marco si sapeva poco, dal momento che rispondeva a monosillabi e quasi per cortesia, con un
“Boh” e la madre che lo rimbeccava
“l’ingegnere, farà l’ingegnere!”
Guardandolo come se volesse incenerirlo, invece Lorella, già in prima media prometteva una brillante carriera accademica.
“A mi come el ga fato i schei lu, nol me piase!”
Avevo sentito dire dal nonno a mia zia, un pomeriggio mentre ero in cucina con la nonna a sbucciare i piselli e avevamo lasciato la porta aperta.
“Li ha fatti come li fanno tutti! E a me non mi piace sentire parlare in dialetto!“
“Mi parlo come che son bon, ma ste tenti che prima o poi..”
“Ma cosa dici, cazzo! Guarda che tanto, se succede qualcosa, ha sempre dietro gli americani, figurati se lo lasciano nelle peste gli americani!”
“Mi no digo niente, ma ste ‘tenti”
“Il mondo è dei furbi, dei furrrbi!”
Finiva sempre per gridare così la zia. Come quella volta che, alla merceria di “Gigi il bello”, era riuscita a con un rapido movimento da prestigiatore a invertire il cartellino con il prezzo dei collant.
“Ma nooo!”
Occhieggiava Gigi il bello, strizzato nella sua maglietta fuxia
“Ma pensi lei se questi, che li fanno a Parigi, glieli posso lasciare per cinquemila lire!”
“Il prezzo è questo e me li deve vendere per cinquemila lire!”
Sbraitava la zia, mentre mia mamma rovistava in una scatola di bottoni, rimpiangendo di non potercisi tuffare dentro.
“Ma Signora mia, noooooo!” Gigi il bello le teneva le mani, “Ma sarà stato un errore della commessa!”
La zia continuava ad impuntarsi, mentre mia mamma non alzava la punta del naso dalla scatola dei bottoni, che lei al paese ci viveva tutto l’anno, finché Gigi il bello, preso per sfinimento non cedette.
E sulla piazza, riecheggiò l’urlo di vittoria:
“Il mondo è dei furrrbbbi!”
Estate dopo estate, la domanda giungeva puntuale:
“Cosa volete fare da grandi?”
“Io la parrucchiera!”
diceva Anna sempre più entusiasta
“Io la contadina!”
Rispondevo, dopo che avevo dato una mano alla nonna nei campi.
Lo zio scuoteva la testa rivolgendosi a mio padre
“Con queste belle idee, chissà che fine che faranno!”
“Na paruchiera par casa la serve”
Diceva la nonna, china a pulire la stufa
“Ca la Catina, deso che la ga el negosio novo e la se fa ciamar Katya, l’è masa cara!”
Lo zio continuava a ridere e :
“Loro!”, diceva indicando i figli, “Loro si che faranno strada anche se, di lavorare non ne hanno bisogno!”
e poi :
“Lorella, parla già l’inglese bene, ma così bene che gli inglesi manco la capiscono!”
Io non capivo cosa ci fosse di strano nel fare la contadina, dato che con nonna nei campi mi ero sempre divertita un mondo.
Crescendo provavo un senso d’angoscia ogni volta che vedevo i miei cugini. Lorella, un’estate sarebbe diventata medico, un’altra astronauta, la successiva scienzato. Di Marco ho un ricordo piuttosto sfocato: le uniche volte che lo vedevo davvero interessato a qualcosa era quando veniva padre Matteo, che era stato anni missionario in Colombia.
Poi, all’improvviso, Marco non si vide più. Seppi, tempo dopo, che era stato bastonato a sangue dal padre perchè non ne aveva voluto sapere di fare l’università.
“Na roba da mati”
ripeteva il nonno
“na roba da mati, farghe così a un bocia!”
All’università si iscrisse invece Lorella. Ed era così entusiasta che sperimentò parecchie facoltà, addirittura riuscì a cambiarne tre in un anno solo.
Gli zii continuavano a guardare con sufficienza Anna che faceva la scuola per parrucchiera e io quando mi iscrissi al lieco artistico, fui liquidata dalla zia Daria con
“Ma è una cazzata!”
Del figlio non facevano mai parola, solo una volta zia Daria aveva confidato a mia madre di aver temuto una denuncia
“Sai se lo avesse saputo la ditta di mio marito!”
Notizie che mi sono giunte, dicono che, dopo il seminario ha preso i voti e ora è missionario da qualche parte nel terzo mondo.
Poi non si sa bene come, o il mondo non è stato più dei furbi, oppure c’è stato qualcuno più furbo che ha preso il mondo, fatto sta che lo zio Carlo, non si vide quasi più al paese. Al massimo faceva una puntatina per accompagnare zia Daria e la figlia, e poi se ne ritornava in città.
“Mio marito!” sentivi la zia che sbandierava ai quattro venti
“Ha un bel casino per la testa! Adesso sempre in tribunale, ma ci sono gli americani cazzo!ci pensano loro!”
Gli americani pensarono ad una buonuscita che consentiva appena appena di arrivare a fine mese e così gli zii fecero carte false perché, morti i nonni, a loro venisse assegnata la cas con le imposte colorate e i gerani alle finestre, si proprio quella che, per dirla con zia Daria
“Ma nemmeno se me la regalano!”
Li si vede poco in giro per il paese, zia Daria va da Anna a farsi fare la piega il martedì, poco dopo l’apertura, così da incontrare meno gente possibile, Lorella invece visto che parla così bene l’inglese che nemmeno gli inglesi la capiscono pulisce le stanze all’hotel centrale
*Incipit tratto dal romanzo di Fabio Volo "Esco a fare due passi"